Roberto Russo

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ROBERTO RUSSO

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Cosa dire, sono un archeologo che ama anche l'arte! Seguitemi e leggerete...

IL MIO SITO

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IL MIO SITO

GIOVANNI BOFFA

 

LE SPERANZE

 

Giovanni Boffa è nato a Torino nel 1935, da circa 15 anni vive a lavora a Livorno.

A undici anni inizia a frequentare l'atelier del prof. Bacchetta dove esegue copie dai grandi maestri del passato, anche se per lui sarà determinante l'incontro con Felice Casorati. Su consiglio di quest'ultimo Boffa si iscrive al liceo artistico di Torino, senza tuttavia riuscire a portarlo a termine. Infatti, sin dalla più tenera età, l'artista si pone di fronte al mondo come spirito libero, insofferente della disciplina, degli orari, delle regole imposte sia nella vita reale che in campo artistico. Pertanto negli anni successivi Boffa prosegue la propria formazione artistica prevalentemente come autodidatta: rifiuta con fermezza schemi e linguaggi prefissati, dando pieno sfogo al proprio genio creativo. Dietro alla trasgressione e alla ribellione ostentate sembra tuttavia celarsi la volontà di distinguersi a tutti i costi, nel tentativo di sfuggire a quel crudele meccanismo di omologazione e standardizzazione in atto nella società e nella cultura contemporanea, secondo dinamiche perverse imposte dal sistema e soprattutto dai mezzi di comunicazione massmediale. E proprio attraverso la pittura Boffa cerca in primis di affermare se stesso: le sue numerosissime opere sono portatrici di una Weltanschauung strettamente personale e privata.

La pittura vissuta con passione: questo il migliore sunto della vita con l'arte di Boffa, le cui opere ammaliano con la poliedricità dei linguaggi.

Suscitano emozioni contrastanti ed intense, ma soprattutto lasciano intuire una sofferenza intatta, adamantina, che si è protratta per tutta la vita, paragonabile soltanto a quella di antichi asceti e "sanciti homines" sottoposti alle più dure prove per il raggiungimento della purezza.

Non che Boffa sia un santo!

Lungo tutto il suo percorso esistenziale ha votato se stesso alla signoria della pittura e della creazione, arrivando a stremarsi sulle tele per raggiungere la pura idea della passione artistica.

 

Roberto Russo, 2006

FRANCO BARONI

L'arte di Franco Baroni,2006

 

 

 C'è una bonomia innata nelle opere di Franco Baroni, artista livornese attivo dai primi anni '50. Un atteggiamento positivo e indagatore, che raccoglie esperienze e nuove scoperte con ironia disincantata. Dagli inizi figurativi, dalle partiture geometriche e dalle citazioni/gossip dei primi collage (vere perle di Pop Art tra gli anni '50 e '60) l'artista passa all'analisi geometrica ed astratta.  Dipingere è come andare sull'altalena: significa ripetere il ciclico andamento del pennello, studiarne le movenze ed ipotizzare i più arditi percorsi, talora gioiosamente spericolati. Mai però casuali o incidentali, spesso guidati e vòlti a raggiungere precisi effetti segnici e cromatici. Baroni ama la trasposizione del reale in forme geometriche attraverso un processo consapevole e razionale. Rifugge dalla gestualità casuale e fine a se stessa. Così come faceva Pollock - quando nello spargimento consapevole dei filamenti di colore ritrovava la purezza dello spirito artistico liberato dai legacci dei canoni sociali -, Baroni riproduce e riconosce consapevolmente nelle forme geometriche accostate e nelle linee con andamento verticale le forme della vita quotidiana: qua riproduce un cartello stradale, là può gettare una e più macchie anarchiche ' come ama definirle - di colore. Ma è sempre un'anarchia controllata, una seria presa di coscienza di quello che l'artista può comunicare alle generazioni che si susseguono nella nostra modesta esistenza. Non c'è in Baroni l'ansia e la crisi interiore dell'Informale europeo e dell'Espressionismo astratto americano, come pure è stato erroneamente affermato. Egli è invece un estroso e geniale costruttore di prospettive esistenziali - fatte anche di materiali riciclati - che risultano immediatamente affini e leggibili per chi le guardi con disincanto e semplicità.

 

Cenni biografici

 

Franco Baroni è nato a Livorno il 20/07/1929, dove tuttora risiede, ed ha svolto l'attività di revisore di bozze presso il quotidiano "Il Tirreno". Ha al suo attivo mostre personali e collettive, nonché la partecipazione a premi nazionali di pittura. Le sue opere sono presenti in numerose collezioni private italiane e straniere.

FRANCO BONSIGNORI

Franco Bonsignori un visionario ? Può darsi ' soprattutto perché egli da sempre ha il coraggio di raccontare un affastellarsi di sogni che si concretizzano innanzi ai nostri occhi dopo una certosina preparazione in laboratorio e con una congerie di particolari e di allusioni che rendono l'opera un espediente, uno specchietto per noi povere allodole che volenti o nolenti incominciamo ogni volta un viaggio sempre più lontano e meandriforme.

L'omaggio che è stato fatto al Don Chisciotte, il romanzo di Miguel de Cervantes che nel 2005 celebra i quattrocento anni dalla prima edizione,  rispecchia un impianto autobiografico. Come Cervantes, che incominciò a scrivere dopo la carriera militare ed innumerevoli peripezie tra cui la schiavitù ad Algeri, anche Bonsignori ha tratto dal proprio quotidiano gli spunti per questa e le altre opere, oggetto del ciclo. I personaggi dei dipinti sono composti di semplici parti meccaniche (Bonsignori era infatti metalmeccanico); riconosciamo carburatori, marmitte, ammortizzatori, che usati sapientemente, rinovellano il legame ininterrotto tra il '600 ed il mondo contemporaneo attraverso il tema della caduta/sconfitta.

I silos sulla destra, marchiati ironicamente con le iniziali dell'artista, stabiliscono il rigore prospettico - scandito dal corrispondente Sancho Panza sulla sinistra - e attualizzano il tema del mulino immaginario.

Le solide campiture si aprono a spettacolari fasci prospettici di realtà parallele tratte direttamente dal consueto immaginario di Bonsignori. In questo schema che nel complesso risulta stellare (sia nella forma che nei contenuti ideali) l'artista ritrova i suoi temi prediletti (farfalle, globi a settori colorati, petali e virgole tridimensionali)  e ce li comunica con una semplicità disarmante. Bonsignori è già da un'altra parte, nel suo mondo etereo ma ci tende una mano per accompagnarci in un'esperienza astratta dalle 'cadute' di tutti i giorni.

In questo la composizione complessiva del dipinto rimanda ad un momento topico ma cristallizzato del Don Chisciotte: tutti noi sentiamo di essere stati almeno una volta poveri hidalgo della Mancia, ma adesso non ci spaventa più la possibilità di ritornare ad esserlo.

La lezione del maestro (nell'arte e nella vita) Bonsignori  è illuminante ed egli non poteva mancare all'appuntamento. A suo modo ha realizzato il mulino della vita, per meglio dire, quella lenta ma appagante aspirazione ad una esistenza conciliante e serena che lo rende, per chi lo conosce, un modello di umanità rispettosa e riservata.

 

 

 Roberto  Russo, 2005

Alice Bernardine Esders

Alice Bernardine Esders nasce a Bruxelles il 10 luglio 1907 da una nobile e famosa famiglia belga: il padre Henri Joannes è nato a Vienna – da dove si trasferisce in Belgio tra il 1906 ed il 1907 - mentre la madre Blanche Einmahl è tedesca. Riceve la formazione primaria nella residenza di famiglia fino a 12 anni, allorché viene affidata al prestigioso collegio di Blumenthal-Brema nel quale segue corsi di musica, pittura e decorazione. In questo periodo subisce un grave incidente (una caduta da cavallo) che le procura una senovite al ginocchio destro ed il conseguente andamento claudicante. Neppure il mite clima della Riviera Ligure – consigliato per la stagione estiva dai medici belgi – le restituiranno la completa salute, ma decisiva sarà la frequentazione di famose stazioni balneari come Rapallo, Portofino e Portovenere. Alice frequenta il Collegio fino al 1925 e nel frattempo matura conoscenze e pratiche decisive per il suo percorso artistico futuro. E’ in questi anni, infatti, che la casata Esders a Bruxelles e nello stupendo castello di Uccle viene praticata da Franz Courtens (1854-1943), maestro di spicco della pittura belga e autore di numerosi quadri per l’influente famiglia, nonché dal figlio Alfred (1889-1967), altrettanto valido scultore, che ritrae proprio Alice in un’opera del 1921. Sono gli anni dell’amore che segnerà la vita della pittrice: durante le villeggiature a Portofino la giovane conosce Alessandro Piaggi di Portovenere e se ne innamora, pur incontrando l’avversione del padre. Tanto che il matrimonio del 1928 segna una dolorosissima cesura nei rapporti familiari. Nel 1930 nasce il figlio Jean (Giovanni Battista), ma la storia d’amore ha fine nel 1935, allorché la coppia si separa legalmente e Alice si riconcilia col padre, dopo aver perso la madre nello stesso anno. La Toscana subentra nel cuore dell’artista che si trasferisce per alcuni periodi dell’anno a Torre del Lago, teatro di lunghi tragitti in bicicletta. Dopo la morte del padre (1938) e l’inizio della guerra si susseguono difficoltà e trambusti che la costringono ancora a fuggire dal Belgio e a vivere prima a Torre del Lago, poi a Portovenere, da dove con un viaggio rocambolesco attraverso il fronte nel 1944 tornerà in patria insieme al figlio e all’ex marito. Dal 1946 al 1952 alterna soggiorni invernali a Bruxelles con stagioni estive a Portovenere, fino a che la pessima congiuntura economica belga non la costringe a fermarsi in Italia. L’attività pittorica è segnalata da diverse opere e dal 1960 Alice Esders si cimenta nella partecipazione a concorsi a premio. E’ il caso del Premio Rotonda di Livorno, laddove la prima attestazione risale proprio al 1960; l’artista è ancora segnalata nel 1962, quando vince il Premio ‘Spinetti’ – pari a 30000 lire dell’epoca - della Galleria Spinetti di Firenze, e nel 1963, anno in cui si trasferisce nella città labronica. I casi della vita portano il figlio lontano dalla madre, che si stabilisce a Tirrenia (PI) dal 1967: sono anni difficili in cui si acuiranno la solitudine e notevoli problemi esistenziali. Nel 1984 è colpita da ictus e viene deciso di ricoverarla in una Casa di Riposo a Firenze Certosa, laddove morirà di lì a poco.



La mostra è il primo risultato di un lungo e non facile percorso di ricerca che, nato per caso una mattina del 2003 a Livorno, sta facendo luce su un’artista apparentemente dimenticata, la cui figura condensa notevoli esperienze e tradizioni culturali di ampio respiro geografico. Basti pensare alla grande capacità di movimento che la Esders espresse per le vicende familiari e personali durante tutta la vita. Una pittrice memorabile per la velocità di esecuzione, per l’intensità sintetica, per la carica emotiva e gli elementi nostalgici che metteva nelle sue opere. Si può fin da ora riconoscere nella produzione - resa nota dalla gentile collaborazione di parenti e collezionisti – una vis interiore che ben si concilia con l’immagine raccontata di una donna apparentemente burbera e scostante, ma con una profonda sensibilità troppo adusa alle angherie ed alle ingiustizie di una vita dura e talora quasi spietata. Marine, vedute di boschi nordici e pianure costellate da mulini a vento, nonché le sontuose e dense composizioni floreali – tutte lavorate a spatola -, caratterizzano i quadri di un’artista che ha ripreso e sviluppato i ben più conosciuti insegnamenti ed esempi di Franz Courtens, eminente rappresentante – anche lui riscoperto negli ultimi decenni dello scorso secolo – della pittura fiamminga, non a caso soprannominato il ‘Rubens dei paesaggisti’ e del quale esistono eccelse testimonianze di marine, animali e nature morte, compresi quei vasi di fiori per cui la Esders esplicherà al massimo la più scaltra maestrìa.



Roberto Russo, 2005

CAMILLA RICCARDI

Camilla Riccardi - 2006

 

Vivere nell’assenza

 

E’ come quando nevica: tutto ciò che vediamo si appiana nell’apparente assenza delle masse e dei colori, ma se si aguzza lo sguardo riusciamo a vedere oltre e a immaginare infiniti mondi diversi. Così prova a raccontare l’artista alla nostra indifferente visione del mondo e proprio nel luogo della maggiore incoscienza quotidiana: l’ascensore. I momenti dell’essere trovano riscontro e riconoscimento nel loro provocatorio biancore. L’oblìo nella pittura potrebbe essere il motto ideale  per ricordare a tutti ciò che i nostri occhi non vedono e che, eppure, esiste ! Anche il bianco diventa così “colore presente e rigenerante” per una nuova memoria del mondo e della vita in tutti i suoi aspetti più intimi, sentimentali e religiosi. Perciò, conclude l’autore, niente è più indicato per ricominciare che una mano di bianco!

FRANCO BARONI

Franco Baroni, anni 70

 

Lembo di carità

 

Quest’opera di Baroni sprizza tragiche emozioni e angoscia latente. Ci sorprende ancora una volta l’arguto artista livornese che tenta di ingannare la nostra buona fede adoperando un promettente colore arancio intorno ad una Barbie, l’icona pop di schiere di ragazzine. Ma sullo sfondo nero di vuoto e di ignota paura il mito viene sfatato e l’inerme biondina subisce l’atroce martirio del rovesciamento, violenza crudele e sacrificio spietato vòlto ad esorcizzare la finta dimensione dei valori falsi e ingannevoli, spesso supportati da mezzi mediatici (i cui frammenti di stampa costellano lo sfondo). Viene così restituita umana fragilità all’icona dell’immarcescibile successo, da tanti agognato o più semplicemente invidiato. Una debolezza però a cui il bonario autore non vuole dare tragico esito, preservando la vittima designata da fine sicura con una straordinaria ancora di salvataggio, un lembo di umana carità che lancia attorno alla vita della bambola divenuta finalmente fanciulla.

RAFFAELA MARIA SATERIALE

Raffaela M. Sateriale - 2006

Divieto di Accesso

Cadono le rosse tracce del sentimento colpevole sulle angherie volute e vissute dall’umanità corrotta e corruttibile. Indifferenti ci sediamo di fronte allo sfacelo del mondo e ci consoliamo bevendo una bibita e ungendoci le mani di patatine. Intanto ci lasciamo ‘contaminare’ da violenza e atrocità nei nostri pigri soggiorni casalinghi, mentre la nostra mente è infarcita di spot e di passioni da soddisfare a tutti i costi. Noi, mostri consapevoli del quotidiano, ci siamo abituati a confondere aranciata e sangue, brandelli e patatine, e non sembriamo pentirci di ciò se continuamo a mescolare ‘l’orrendo pasto’ nella solita e obbligatoria frenesia. Sateriale, in questo cosmico ‘sonno della ragione’ che giganteggia e si ripete in maniera seriale, non ha la forza di denunciare ma ci bisbiglia all’orecchio il comune peccato e la tremenda condivisione. L’orrore si materializza tra le labbra e sotto i denti dello spettatore divenuto visionario allucinato da troppi stimoli pubblicitari e dai falsi dèi dell’etere affascinante. Purtroppo risulta impossibile interagire davvero con il male e penetrare nella verità dell’essere per condizionarla e apportarne le tanto reclamate mutazioni. Sembriamo pertanto inviluppati e irrigiditi in questo perenne divieto di accesso …  

 

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Riscoperta 2007

Ti ho vista vicino alla cassettiera della cucina. Ho visto te che armeggiavi con il caffè. Ho ammirato il tuo movimento felino, ho visto che ti abbandonavi tra i delicati filamenti colorati. Ti ho vista adorare i semplici affetti familiari, ti ho vista... e ti ho intravista sorbire un caffè, eri meravigliosa, sembravi così immediata come in una foto, ma eri accerchiata da tratti decorati, colorati, sgocciolati, intricati, impastati, ispessiti, affinati, calibrati, puntinati, riquadrati, ondulati, ...
Raffaela ti aveva ingabbiata, pareva che non avessi più scampo e che la pittura finalmente cancellasse traccia di te. Ma io ti vedevo e ti amavo, mentre osannavi le tue passioni più intime, mentre riscoprivi la sensualità del tuo corpo. Ho sperato che ti liberassi, che ti liberasse dai lacci dello smalto, che ti innamorassi di me, che ti abbandonassi a me, che tu fossi completamente mia.
Tu mia figura di bellezza interiore !

Roberto Russo

FABRIZIO GIORGI

Fabrizio Giorgi - 2006

 

Il risveglio di Lucifero

 

Gli inferi di sotto si agitano per te,
per venirti incontro al tuo arrivo;
per te essi svegliano le ombre,
tutti i dominatori della terra,
e fanno sorgere dai loro troni tutti i re delle nazioni.
Tutti prendono la parola per dirti:
Anche tu sei stato abbattuto come noi,
sei diventato uguale a noi.
Negli inferi è precipitato il tuo fasto,
la musica delle tue arpe;
sotto di te v'è uno strato di marciume,
tua coltre sono i vermi.
Come mai sei caduto dal cielo,
Lucifero, figlio dell'aurora?
Come mai sei stato steso a terra,
signore di popoli?
Eppure tu pensavi:
Salirò in cielo,
sulle stelle di Dio
innalzerò il trono,
dimorerò sul monte dell'assemblea,
nelle parti più remote del settentrione.
Salirò sulle regioni superiori delle nubi,
mi farò uguale all'Altissimo.
E invece sei stato precipitato negli inferi,
nelle profondità dell'abisso!
Quanti ti vedono ti guardano fisso,
ti osservano attentamente.
È questo l'individuo che sconvolgeva la terra,
che faceva tremare i regni,
che riduceva il mondo a un deserto,
che ne distruggeva le città,
che non apriva ai suoi prigionieri la prigione? (Isaia, 14, 14)

Isaia profetizzò il mostro diabolico sprofondato negli abissi di maledizione e Lui ne ritrasse l’orrido profilo, incatenandone la visione e la materia al proprio vile quotidiano. Finito e infinito, reale e allucinazione, passione e distrazione si fusero sulle squallide superfici del popolare e del contemporaneo. Sdruciti pensieri si fusero nell’immane visione e là ricomparve in luciferante splendore Lui, l’artista !

DANIEL SCHINASI

Daniel Schinasi - 2006

Daniel profeta pop

Messaggio provocatorio e rassicurante: questa la sintesi dell’opera di Schinasi, “Ragazzo messicano con gallo”, un capolavoro nella produzione del pittore italo-franco-egizio. Un’opera che raggiunge più livelli comunicativi e più obiettivi contenutistici. All’interno della scena nulla è secondario: né l’apparente umiltà del giovanetto che tiene tra le mani il gallo, né la normalità dello scenario che sembrerebbe ripetere quello di qualsiasi altra città ‘globalizzata’. Ma il tempo della scena è il 1960 e già da questo Schinasi profetizza i disdicevoli e distruttivi sviluppi del mercato a tutti i costi e dell’annullamento delle diversità culturali e sociali. E’ tra i più puri e spontanei esempi di Pop art in Italia e anticipa molti degli autori che di lì a poco avrebbero trovato nella neofigurazione – così come Schinasi nel Neofuturismo - sfogo alle inquietudini del mondo moderno. Nella denuncia di questo incombente limite allo spontaneo sviluppo di umanità ben si attaglia la monumentalità in primo piano della figura umana (notare la dimensione quasi da gruppo statuario e il riverbero della luce sulle superfici simili a marmo), che si staglia comunque sullo sfondo quasi a rivendicare l’immanenza del genius loci nel tessuto e nell’anima di un territorio. L’anima messicana, l’orgoglio azteco risorgono dai resti inceneriti del metaconsumismo (un consumismo che ama parlare di sé attraverso le insegne e l’incessante passaggio delle automobili). Il giovane messicano sorregge con riguardo e stringe in un disperato tentativo il suo amato difensore/amuleto, il gallo, ultimo fiero araldo di tradizioni e comunità millenarie, esile copertina di Linus per il nostro ‘impietrito’ piccolo eroe. Nulla di più adatto a rappresentare quello che per Daniel Schinasi sarà la difesa dell’identità e delle proprie radici religiose nella produzione pittorica seguente.

SCHINASI – Biografia ideale

Taglia con lo sguardo le circolari zone aeree e sogna così di riprendere il posto nell’universo dei segni. Aspira con afflato e quasi instabile desiderio l’eterna fama dagli affetti tramandati e dalle schiere dei possibili alunni. Partenze e ritorni costellano la sua vita, tra il mare toscano e quello francese, ma in fondo al cuore rimane la bassa costa della sponda africana. Dignitoso e riservato, scatena turbini di movimento e forza di sentimento nelle immagini che difendono il giudaico destino.

 

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